A volte viene un’irrefrenabile voglia di ripescare cose e persone dal passato e non sempre questo desiderio significa che esse siano state fondamentalmente importanti; il fatto è che far crescere un rapporto di qualsiasi natura sia richiedere tempo ed energie senza contare i sacrifici, i compromessi che la costruzione di un amore (o amicizia) comporta. Fattostà che nell’inedia di questi tempi, nell’indolenza della nostra natura ci lasciamo tentare dal rispolverare vecchie abitudini e così ci trasciniamo lenti in storie finite oppure ricadiamo in falsi amori con la pretesa di renderli veri. Siamo convinti che a volte sia più facile ristabilire equilibri interrotti piuttosto che lanciarci in nuove avventure e ripartire da zero per qualcuno che non conosciamo ancora. Meglio dare fiducia a chi ha tradito le nostre aspettative oppure dare fiducia a chi non sappiamo ancora se può darci quello che cerchiamo? E’ così che si finisce per tornare a cercare persone che si è abbandonato perché inutili se non addirittura nocive? Perché poi ci si mette anche il tempo a giocarci brutti tiri annacquando i ricordi e lasciando solo il segno delle cose belle e obliando i dolori e le delusioni; così capita che un giorno un fantasma torni dritto dritto dal passato e tu ti chiedi perché no? Perché non dare una nuova possibilità a quella voce? Magari adesso finalmente arriveranno quelle risposte che a suo tempo non ho potuto, saputo, voluto trovare? Invece no. Se c’è stato un motivo ieri per scappare, tagliare i ponti, abbandonare la nave allora non c’è nessun valido motivo ora per scordare il passato e pensare che le cose possano essere diverse…migliori. C’è sempre un momento in cui si può scegliere dove andare e cosa fare…passato quel momento dopo non c’è modo né motivo per tornare indietro.
Cercavo un'immagine che rappresentasse la sensazione di calma piatta che a volte mi coglie, poi curiosando su google e sulle centinaia di immagini proposte mi sono chiesta che differenza c'è tra l'apatia e la rabbia. Se per caso il fatto di non-sentire-niente non voglia piuttosto significare non-voglio-sentire-ciò-che-sento; ho sempre oscillato tra la voglia di spiccare il volo e l'istinto di restare zavorrata a terra sempre con il dubbio di fare la cosa giusta. Sono un groviglio confuso di sensazioni contrastanti e poli opposti; brancolo da sempre nell'incertezza di dare sfogo ai miei istinti più bassi e la volontà di seguire la cosa giusta da fare...e in ogni caso mi resta sempre il dubbio di non essere stata fedele a me stessa e di tradito la mia natura. Che si tratti di amicizia, amore, lavoro o famiglia mi dibatto sempre nella lotta tra il bene e il male dove per bene intendo quello che vorrei fare e per male quello che invece devo fare. Se penso alle mie azioni e parole mi chiedo quando è stata l'ultima volta che liberamente, serenamente ho fatto quello che avrei voluto fare. Forse è stato nel 2003...Forse allora mi spiego perchè da allora in poi ho vincolato tutte le mie scelte alla ragionevolezza; forse allora non è stato così sbagliato dare precedenza alla testa piuttosto che al cuore. Resta però la voglia di fare la convergenza a ra
gione e sentimento; se quello che sente il cuore e quello che dice la testa non sono coerenti e in accordo ecco che scatta la dissonanza che cova dentro. Per il momento e finchè non trovo un buon meccanico dell'anima inserisco tutte e due le immagini che ho scelto coerente con la mia incoerenza...
“C’è che spesso abbiamo bisogno di ritagliarci spazi, spazi coperti dal troppo altruismo verso persone che forse non lo meritano e c’è che la masturbazione forse può essere un mezzo per poter apprendere quel cinismo che serve per essere meno altruisti e vedere appieno chi e cosa merita il nostro tempo”.
Insomma…la masturbazione come metodo di liberazione mentale? Oggi si chiacchierava a questi livelli e nonostante ne abbia parlato per almeno mezz’ora abbondante non sono affatto convinta della conclusioni. Ammetto che trenta minuti di dibattito non sono accademicamente apprezzabili, ma tant’è, magari bastano per lanciare il sasso nello stagno e vedere in quanti cerchi concentrici si propaga l’onda. Perché si, lo devo ammettere quello per me è un mondo semisconosciuto e sentirne parlare in termini di “cura mentale” poi mi ha divertito e sorpreso. Non me la sento di bocciare a priori questa tesi però un appunto mi è venuto di farlo di getto. Non so....non vorrei sembrare la solita femminista mentalmente frigida, ma credo che per voi uomini (perché se non si è capito il dialogo si è svolto con un uomo) sia naturale far passare i pensieri attraverso il cavallo dei pantaloni e liberare i vostri fantasmi da lì, ma davvero credimi per noi donne la cosa è più complessa. Non voglio sminuire la vostra "carnalità" ma per una donna la carne si accompagna spesso (se non sempre) al sentimento..e non so se aggiungere purtroppo. Insomma per farla breve la prendo come una visione testosteronica ma vorrei capire se mi sono persa qualcosa di importante della rivoluzione del ’68, se davvero si può iniziare a scoprire il valore del proprio tempo partendo da lì…Ora: il mio amico ha previsto strali di critiche e irose repliche. Ma io come al solito non la penso come lui.
Voglio un corso che insegni a gestire i rapporti interpersonali! Perché più il tempo passa è più avverto il disagio di dire la cosa sbagliata nel modo sbagliato quanto interloquisco con il prossimo? E’ indubbio che io sia una buona ascoltatrice: un’ottima confidente a detta di molti; eppure quando poi tocca a me esprimere i miei pensieri e le mie conclusioni ecco che si pone matematicamente l’orrore. Sono una petomane cerebrale forse….Al momento sbagliato ecco che invariabile si ripete l’alchimia. Sbaglio e sento di sbagliare mentre dico quello che penso eppure non posso mutare il corso delle mie parole. E questo è un dato inconfutabile. Ora vorrei solo capire se sono i miei pensieri a essere storti, storpi e inguardabili o se il mio è solo un problema di forma. Ci sono gli estetisti che curano il nostro aspetto, non c’è qualcuno che può insegnare a truccare le parole? C’è chi con un battito di ciglia riesce a incantare chi ha di fronte. Non pretendo di fare la stessa cosa con le parole, ma almeno vorrei che la gente non scappasse inorridita quando dico qualcosa. Invece puntualmente questo è ciò che accade e sento che sta per verificarsi di nuovo. E’ uno dei miei timori ricorrenti: ferire con le parole; da ragazzina la presunzione e la maleducazione tipica dell’età mi faceva vantare di “dire sempre quello che penso”. Poi ho capito che non c’è niente di “valoroso” nell’essere sfrontati e arroganti perché fondamentalmente non provo nessun perverso piacere nel ferire i sentimenti altrui. E allora mi capita sempre più spesso di tacere quando quello che vorrei dire so che non sarebbe gradito e mi risulta anche abbastanza facile se il destinatario dei miei affondi non tocca le mie corde più profonde; purtroppo (per assurdo) questo non mi riesce se alla persona in questione mi lega un sentimento profondo. Lì non ce la faccio proprio: quello che penso non viene mediato e annacquato; non so mescere nelle giuste dosi il buono e il cattivo dei miei pensieri: escono semplicemente (e violentemente) così come sono. E fintanto che non inventeranno l’ESP per i pensieri posso solo prepararmi all’impatto con le conseguenze delle mie esternazioni senza censura.
Quante volte ho pensato di me che: “No, in tutti questi anni in fondo non sono cambiata molto”. Indubbiamente siamo i peggiori critici di noi stessi. Se davvero faccio un esame sincero di quello che sono e di quello che sono stata credo che potrei dire di essere un’altra persona rispetto a 20-10-5 anni fa. Se mi guardo indietro vedo più o meno lontani dei sipari che si sono chiusi su determinate scene della mia vita, e il palcoscenico che ne è seguito apre nuove scene, nuovi copioni e di volta in volta per me è stata una metamorfosi lenta ma inequivocabile. Per esempio: nella mia vita non ho mai avuto legami stretti di amicizia con nessuna/o; è buffo dirlo ma nei rapporti di amicizia seguivo flussi migratori stagionali, così capitava che in città vivessi ogni giorno accanto a persone che poi abbandonavo per mesi durante l’estate e di conseguenza avveniva che durante l’estate vivessi “amori” che poi con il primo cadere delle foglie si esaurivano e lasciavano solo bei ricordi. Non ho mai faticato ad adattarmi a questo mio andare e venire dalla vita altrui e per ripararmi da lancinanti nostalgie mi sono sempre detta che. “I sentimenti importanti (amicizia o amore che siano) non hanno bisogno di costante partecipazione, non importa viversi nella quotidianità e nell’obbligo di esserci sempre e comunque”. Così mi sono accorta di avere lasciato sempre troppe porte aperte e che da quelle porte entravano e uscivano affetti a volte carichi di doni…ma anche no. E ripensando a questa mia convinzione forte e sincera mi sono resa conto di quanto sono cambiata, perché ora penso che gli affetti debbano essere coltivati ogni giorno con piccole, durevoli, costanti cure. Come un vero giardiniere che accudisce semi e germogli e che ogni giorno dedica tempo e spazio alla propria creazione. Tempo che viene prestato ai bisogni di chi ci preme e spazio nei pensieri anche quando non siamo vicini. Adesso sento di aver bisogno di questo e di poter dare altrettanto con spontaneità e naturalezza senza sentire il peso di doveri e obblighi. Per tutto il resto c’è mastercard!
Quest'anno è cominiciato così. Lento. Sarà che le vacanze sono state così perfette, così magicamente serene, così tranquillamente gioiose che cerco di prolungare il più possibile quell'atmosfera rimandando il "risveglio" e il ritorno alla quotidianità. A questo scopo difendo il MIO albero di Natale dagli "attacchi" di chi vorrebbe smantellarlo e riporlo nelle sue scatole di cartone in soffitta: "Smontiamo l'albero oggi?", "L'albero non si tocca". E così da oltre un mese l'alberello resiste in mezzo al salotto continuando a sfavillare e a luccicare nella notte con gli angioletti di vetro che tintinnano e i fiocchi dorati che brilluccicano. Anche a lavorare la ripartenza è stentata; si va beh, lo ammetto, questo non è affatto un caso raro però di solito mi piace l'avvio del nuovo anno: predisporre i nuovi archivi, chiudere i vecchi registri; quest'anno tengo tutto ancora in sospeso. Come se non volessi abbandonare il vecchio anno, come se volessi tenerlo ancora un pò qui con me, come se rimanere ancorata alle vecchie cose mi permettesse di fermare il tempo. Come se non volessi procedere oltre. Eppure il 2007 non è stato così indimenticabile; ci sono stati giorni belli e brutti come sempre, c'è stato qualcosa da tenere e qualcosa da buttare. Come sempre è stato un susseguirsi di giorni lenti e mesi veloci, come sempre le cose sono andate come gli è parso...come sempre andrà così anche quest'anno e forse è proprio questo che non ho voglia di affrontare il 2008. Così mi ancoro con indolenza a quel che è stato senza la spinta entusiasta a nuove rincorse, a nuove sfide, a nuove vittorie e/o sconfitte. Ancora un pò. Almeno per ora.
Dunque, questo sarà un post fatto di niente. Nel senso che non ho proprio niente da dire, ma scrivere mi servirà a distogliere il pensiero da altri pensieri. Allora potrei commentare di quanto sia splendido oggi il tempo: fuori dalla finestra il sole ha appena fatto capolino dal crinale della collina, illuminando la valle che si è accesa di una luce fredda e limpida meravigliosa, il pino davanti a me si muove impercettibilmente con le fronde ancora umide di rugiada che scintillano accarezzate dal sole, una tortorella si ripara sotto i suoi rami e svolazza solitaria da un lato all’altro, fino a quando un istinto suicida la fa catapultare con violenza inaudita contro i vetri dell’ufficio che risveglia le menti assopite con un botto tremendo (di questi tentativi falliti se ne contano ormai decine).
Argomento meteo esaurito….
Potrei parlare di come mi piaccia iniziare la giornata: entro al bar barcollante di sonno e chiedo ol mio solito cappuccino cremoso e una pasta calda, nell’attesa sfoglio il giornale che come al solito in prima pagina ha solo pessime notizie, allora lo sfoglio fino ad arrivare alle pagine dello spettacolo e della cultura e mi metto a leggere assorta gli articoli più curiosi fino a quando mi volto per andare a prendere il mio cappuccio al banco e…ZAC… c’è sempre qualcuno che è in attesa alle mie spalle per afferrare il giornale e portaselo al suo tavolino. Indiscutibilmente questo è uno dei modi più irritanti di cominciare la giornata.
Argomento bar esaurito…..
In ogni caso la mente torna sempre a pensare a quanto sia difficile fare, dire e scegliere la cosa giusta quando si tratta di rapporti tra uomo e donna, tra donna e donna, tra amici e tra amanti, in qualsiasi luogo e con qualsiasi mezzo di comunicazione. Bisognerebbe che alla nascita ci fornissero una palla di cristallo, da guardarci dentro ogni volta che inizi, costruisci, consolidi una qualsiasi relazione perché nella più rosea delle previsioni almeno nell’80% dei casi si combina qualche pasticcio. Almeno io. Ammetto di essere un soggetto dalla socialità felina, del tipo ti prendo quando ci sei ma non ti vengo a cercare più di tanto e forse è per questo che alla fine non mi sforzo più di tanto di soddisfare le aspettative altrui. Quando non ci si aspetta granchè dagli altri si finisce per ripagare con la stessa moneta. Fino a poco tempo fa mi arrovellavo sul perché e per come non riuscissi mai a portare le cose dove volessi io solo con l’uso delle parole, adesso ho imparato a lasciar correre, o meglio a lasciare anche agli altri il libero arbitrio di scegliermi e poco importa se alla fine chi mi sceglie si conta sulla punta delle dita (di una mano). L’importante è che anch’io abbia imparato a prendere e lasciare, a non accettare tutti e tutto nella speranza di raccogliere poi qualcosa di prezioso, le gemme preziose sono così rare che non le si trovano come sorprese nell’ovetto kinder. Che poi me ne pento perché sogno che le cose vadano come voglio io, ma so che alla mia età devo smettere di fare la bambina viziata che vuole tutto ciò che desidera.
C'è che non sono attrezzata contro le delusioni. Sono un "soggetto a forte rischio di delusione".
E poi....
Credo che non imparerò mai a essere diplomatica, anzi lo so. So che tra dire quello che penso e stare zitta, mi convenga stare zitta, ma alla mia età un po’ di outing fa bene. A me. Agli altri meno.
E allora comincio.
Credo che tante volte chi dice di voler esser ascoltato, in fondo non abbia niente da dire. E credo che chi dice di aver bisogno di aiuto, forse voglia solo continuare a crogiolarsi nella propria sofferenza.
Credo che chi è causa del proprio male non si debba lamentare.
Credo che chi soffre, ma soffre davvero non abbia la forza di apparire superficiale.
Credo che non si è mai del tutto sbagliati o del tutto giusti. Possono essere giuste o sbagliate le scelte. E con me hai fatto la scelta sbagliata.
Credo che anche da adulti si resti un po’ bambini: crudeli, gelosi e bugiardi. Si dicono bugie ogni giorno: a chi si ama ma soprattutto per amore di sé stessi.
Credo di essere un tipo che “allontana la gente”, ma credo anche che chi sa starmi vicino non mi lascerà mai.
Credo che se hai il coraggio di scoparti la segreteria sul divano di casa devi avere anche il coraggio di assumertene le conseguenze.
Credo che ognuno debba fare liberamente le proprie scelte; tra passare da un letto all’altro e non mentire a me stessa scelgo di non mentire a me stessa; ma se tu in tutta libertà decidi viceversa dopo non puoi raccontarti balle. Devi scegliere. Ma una cosa sola.
Credo che esista il libero arbitrio e la libertà di scegliere. Ma credo che in pochi abbiano il coraggio di essere liberi.
Credo che sentirsi liberi di scegliere a chi dare il proprio rispetto sia davvero cosa ardua.
Credo che per oggi possa bastare. Sto già meglio.
"L'amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri." Charles Bukowski.
La prima volta che si legge un’affermazione del genere si rimane un po’ sconvolti, poi riflettendoci non la si può trovare almeno un po’ vera. Soprattutto se si ha il coraggio di fare un po’ di autocritica e ci facciamo un bell’esame di coscienza; chi può mai negare che si ama ciò che ci fa star bene? Non è proprio questo lo scopo dell’amore? (…se uno scopo ha…) Si sceglie di amare ciò che serve a farci sentire meglio, ma l’amore è un oceano dalle acque così profonde che è difficile da sondare; più facile è trovare vera questa frase se penso in generale…le amicizie, i divertimenti, se penso a cosa “scegliamo” per appagare i nostri desideri. E lì è evidente che si “ama” con cognizione di causa. Ci si presta e ci si svende pur di ottenere soddisfazione ai nostri bisogni; così capita che per un amico (o per chi si desidera sia tale) ci si adegua a modi di pensare che non ci appartengono. Ci si preoccupa di fare le domande che si pensa siano più importanti e si danno le risposte che si spera siano le più gradite. Si compiace l’oggetto del nostro desiderio (che sia fisico, intellettuale, fraterno e chi più ne ha più ne metta) in tutti i modi possibili rischiando di apparire poi diversi da come in realtà siamo. Credo di aver capito oggi, grazie a questo brano di Bukowski, una frase di tanto tempo fa: "Quello che fai tu, che pensi tu e che senti tu non deve essere un problema degli altri". Quando mi fu detta non la capii, ma mi fece male, fece così male che a stento riuscii a trattenere le lacrime (non era né il momento né il luogo adatto per poterlo fare), non sono sicura che questa sia la chiave di lettura giusta, ma al momento mi do questa soluzione e la prendo per buona: non bisogna porsi mai agli altri con l’atteggiamento di chi vuol compiacere a tutti i costi a scapito della propria natura e dei propri sentimenti. C’è chi lo fa. Anche qui…soprattutto qui. Ma al riguardo non esprimo giudizi, anche se li ho.
A Pianaccio le strade sono strette e ripide e non batte quasi mai il sole. A Pianaccio finisce la strada. A Pianaccio le case si arrampicano sulla costa come ragni sui muri. A Pianaccio capita che nel giro di dieci minuti il cielo si oscuri e inizi una bufera di neve. A Pianaccio i partigiani hanno lottato per il nostro paese. A Pianaccio fanno le crescentine più buone dell’Appennino. A Pianaccio ci sono tutte le contraddizioni di un paese di montagna; c’è il bello e il brutto, il buono e il cattivo e come tutti i paesi di montagna è impossibile non amarli per chi ci è nato o ha lì le proprie radici.
Come tutti i giovani c’è stato un tempo in cui ero contro tutto questo; in cui le mie “radici” non affondavano in nessun terreno; invidiavo le persone che dimostravano attaccamento alla propria terra perché io non sentivo legami con nessun luogo e mi chiedevo come in passato altri giovani come me potevano essere riusciti a lottare e morire per qualcosa del genere. Poi un giorno a casa della nonna trovai una cosa. Era nel cassetto del suo comò, il cassetto dove teneva le cose più preziose: i guanti di pelle chiara, il filo di perle che poi ho indossato per il matrimonio, le foto dei parenti e i santini dei morti. Ne trovai uno di un cugino di mia nonna, morto a 21 anni, partigiano giustiziato dai nazisti; nel santino c’era la foto di un bel giovane con i capelli chiari e gli occhi scuri e uno stralcio della lettera che scrisse ai genitori prima di morire. Allora capì tutto: imparai ad amare la mia terra ma soprattutto da quel giorno imparai il rispetto che si deve a chiunque ha lottato per noi, per lasciarci un mondo migliore, per chi ha difeso un’idea giusta e onesta, per chi al di là del tempo e dello spazio crede in qualcosa e si batte per quei sentimenti. Così ogni volta che muore un vecchio partigiano sento che tutti noi perdiamo qualcosa di insostituibile e prezioso. A Pianaccio adesso c’è un vecchio partigiano che merita di essere ricordato con un fiore.