Cercavo un'immagine che rappresentasse la sensazione di calma piatta che a volte mi coglie, poi curiosando su google e sulle centinaia di immagini proposte mi sono chiesta che differenza c'è tra l'apatia e la rabbia. Se per caso il fatto di non-sentire-niente non voglia piuttosto significare non-voglio-sentire-ciò-che-sento; ho sempre oscillato tra la voglia di spiccare il volo e l'istinto di restare zavorrata a terra sempre con il dubbio di fare la cosa giusta. Sono un groviglio confuso di sensazioni contrastanti e poli opposti; brancolo da sempre nell'incertezza di dare sfogo ai miei istinti più bassi e la volontà di seguire la cosa giusta da fare...e in ogni caso mi resta sempre il dubbio di non essere stata fedele a me stessa e di tradito la mia natura. Che si tratti di amicizia, amore, lavoro o famiglia mi dibatto sempre nella lotta tra il bene e il male dove per bene intendo quello che vorrei fare e per male quello che invece devo fare. Se penso alle mie azioni e parole mi chiedo quando è stata l'ultima volta che liberamente, serenamente ho fatto quello che avrei voluto fare. Forse è stato nel 2003...Forse allora mi spiego perchè da allora in poi ho vincolato tutte le mie scelte alla ragionevolezza; forse allora non è stato così sbagliato dare precedenza alla testa piuttosto che al cuore. Resta però la voglia di fare la convergenza a ra
gione e sentimento; se quello che sente il cuore e quello che dice la testa non sono coerenti e in accordo ecco che scatta la dissonanza che cova dentro. Per il momento e finchè non trovo un buon meccanico dell'anima inserisco tutte e due le immagini che ho scelto coerente con la mia incoerenza...
La finestra prima appena socchiusa si è definitivamente aperta, spalancata e ormai lascia intravedere ben parte del panorama futuro. Non vedevo l’ora di lasciarmi alle spalle uno scenario vecchio di quasi 10 anni in cui ormai ogni stimolo si era assopito e infatti ora mi sento piena di nuove energie, idee e propositi e tutto questo per avere cambiato posto di lavoro. Dicono che cambiare lavoro venga al terzo posto nell’elenco di avvenimenti che cambiano il corso della vita, dopo un lutto e dopo un trasloco e credo che sia proprio vero. Si dice sempre che si lavora per vivere e non il contrario ma indubbiamente il lavoro ci condiziona la vita, o meglio noi ci adattiamo ad esso e ci facciamo influenzare dalle conseguenze che ne derivano. Lavoravo in un ambiente statico con una quotidianità monotona e con abitudini invariabili e di conseguenza vivevo in modo ripetitivo, opaco, noioso. Il nuovo ambiente è caotico, movimentato, vivace e anche io ho nuovi stimoli da inseguire, ogni giorno nuovi impulsi mi muovono e mi spingono ad agire e non parlo di cose eclatanti, di cambiare vita o abitudini; parlo di piccoli effetti concretamente visibili come fare una torta per la merenda dei ragazzi, come avere voglia di andare a farmi i capelli più spesso, come prendermi il tempo per chiacchierare con un’amica o fare una passeggiata nell’aria frizzante della sera. Sapevo che avevo bisogno di questo cambiamento per vivere di nuovo la mia vita pienamente, la sapevo da anni e il fatto di non avere la possibilità di farlo mi faceva sentire bloccata in una non-vita che iniziavo a odiare e l’irritazione mi covava dentro aumentando il mio senso di inadeguatezza. Sentivo la mia esistenza come bloccata su un binario morto, frenata da macigni invisibili, interrotta davanti a un ostacolo inamovibile. Ora finalmente sembra che tutto stia per cambiare e alla mia finestra si è stagliata una nuova vita.
E Se l’amore perfetto non esistesse? Lo chiedo a tutti quelli che leggo qua e là e che sono alla “ricerca dell’anima gemella”. Ho letto un sacco di persone che si crucciano per la fine di rapporti sbagliati (come se esistesse un modo di amare giusto e uno sbagliato) e ho letto anche cosa, dopo questi insuccessi amorosi, adesso si aspettano dalla vita: l’amore perfetto. Quello che ti fa stare in pace con te stesso e con il mondo; quello, per fare un esempio figurato, della famiglia del mulino bianco. Non esiste. Se e ripeto SOLO SE si incontra la persona “giusta” la costruzione di un amore è fatto di tanto altro. L’amore è imperfetto, come lo sono i nostri cuori. L’amore non fa solo star bene. Può e deve anche far male. Che rapporto sarebbe quello in cui ognuno fa quello che vuole, senza dare spiegazioni per soddisfare le proprie esigenze? Quale convivenza può arricchire se alla prima divergenza, al primo insuccesso ognuno prende il proprio spazzolino e se ne torna da dove è venuto per non “sopprimere” i bisogni personali?
Io non so se il mio amore imperfetto resisterà alle prove della vita, non so se tra 20…30 anni mi sveglierò ancora accanto all’uomo che amo, ma so che avrò fatto di tutto perché ciò accada e so che non sarà facile. So che sarà un percorso fatto di rinuncia dei miei desideri e sacrificio dei miei spazi. Come spesso lo è stato fin’ora e come sono contenta che sia stato, perché quello che ogni giorno ho ricevuto in cambio mi ha ripagato di ogni sforzo.
Mi sono sposata a 20 anni e quando gli amici facevano l’alba a bere birra e a divertirsi in ballotta anch’io ero sveglia, ma tra pannolini e pianti di neonati. Da allora sono passati quasi 17 anni e tanti giorni “imperfetti” nella vita mia e di mio marito, ma ancora oggi il nostro amore ci regala momenti meravigliosi e piccole, preziose, rare pietre con cui lastricare il nostro cammino.
Nonostante il vento
Nonostante i passi
Delle notti uguali che riporteranno
brividi
Lungo schiene ed occhi
Dilatati un poco
Affaticati ancora più di prima
O forse come adesso,
nonostante parli
spesso ad alta voce
e nessuno crede a ciò che dici
a quel che immagini
nonostante tutto
io ti ascolterò quando non parli
quando non mi guardi
io ti vedrò lo stesso.
Ti aspetterò, ti chiamerò cuore deciso
Nella mente, nelle pieghe del viso
Sarai da curare ancora un poco
Nonostante veda
Quanta vita facile
Quanto amore docile
Precipita l’immagine
Della nostra storia
Se ti sembra dura ed invincibile
Davvero
Io t’amerò lo stesso.
Ti aspetterò, ti prenderò come un
sorriso
Fino a casa quando torni deluso
Sarai da curare ancora
Quante volte ho pensato di me che: “No, in tutti questi anni in fondo non sono cambiata molto”. Indubbiamente siamo i peggiori critici di noi stessi. Se davvero faccio un esame sincero di quello che sono e di quello che sono stata credo che potrei dire di essere un’altra persona rispetto a 20-10-5 anni fa. Se mi guardo indietro vedo più o meno lontani dei sipari che si sono chiusi su determinate scene della mia vita, e il palcoscenico che ne è seguito apre nuove scene, nuovi copioni e di volta in volta per me è stata una metamorfosi lenta ma inequivocabile. Per esempio: nella mia vita non ho mai avuto legami stretti di amicizia con nessuna/o; è buffo dirlo ma nei rapporti di amicizia seguivo flussi migratori stagionali, così capitava che in città vivessi ogni giorno accanto a persone che poi abbandonavo per mesi durante l’estate e di conseguenza avveniva che durante l’estate vivessi “amori” che poi con il primo cadere delle foglie si esaurivano e lasciavano solo bei ricordi. Non ho mai faticato ad adattarmi a questo mio andare e venire dalla vita altrui e per ripararmi da lancinanti nostalgie mi sono sempre detta che. “I sentimenti importanti (amicizia o amore che siano) non hanno bisogno di costante partecipazione, non importa viversi nella quotidianità e nell’obbligo di esserci sempre e comunque”. Così mi sono accorta di avere lasciato sempre troppe porte aperte e che da quelle porte entravano e uscivano affetti a volte carichi di doni…ma anche no. E ripensando a questa mia convinzione forte e sincera mi sono resa conto di quanto sono cambiata, perché ora penso che gli affetti debbano essere coltivati ogni giorno con piccole, durevoli, costanti cure. Come un vero giardiniere che accudisce semi e germogli e che ogni giorno dedica tempo e spazio alla propria creazione. Tempo che viene prestato ai bisogni di chi ci preme e spazio nei pensieri anche quando non siamo vicini. Adesso sento di aver bisogno di questo e di poter dare altrettanto con spontaneità e naturalezza senza sentire il peso di doveri e obblighi. Per tutto il resto c’è mastercard!
Si, lo so. Ne ho già parlato prima e forse non è politicamente corretto scrivere due volte dello stesso argomento, ma ieri sera è stato troppo divertente rivedere “Il diavolo veste Prada” insieme ai miei uomini. Faccio una premessa; quando si deve scegliere un dvd a noleggio per una serata “prima-fila” in casa nostra bisogna scegliere il film secondo criteri molto accurati: non deve essere vietato ai minori di 10 anni, non deve essere un cartone animato, non deve essere romantico, né demenziale, né intellettuale, possibilmente non italiano, né horror: insomma rimane una risicata gamma di titoli tra cui optare. Ieri sera ho convinto il pubblico di casa a prendere uno dei mie film preferiti e il successo mi ha sorpreso. Per farla breve mio figlio ha mancato la puntata di “Lost” per vedersi Miranda Pristley e questo è davvero il massimo del gradimento che ci si potesse aspettare. Per non parlare di come ci zittiva mio marito quando cercavo di spiegare al piccolo come Miranda sia riuscita a mantenere il suo posto di direttrice silurando l’avversaria. Oppure di come cercassero di prevedere le scene successive dopo l’iniziale insuccesso di Andy. Naturalmente alla fine l’orgoglio “maschile” ha prevalso sul resto e se ne sono usciti con un “Porca miseria! Ho perso quasi tutta la puntata di Lost!” e con un “Si dai, carino ma è una commediola”. Resta il fatto che ho scoperto in loro una vena femminile del tutto inaspettata e la ciliegina sulla torta è stata la risposta del mio cucciolo a questa domanda: “Chissà perché i gay sono sempre così sexy?”, “Perché sono così simili a voi forse”. Amo gli uomini così!
Quest'anno è cominiciato così. Lento. Sarà che le vacanze sono state così perfette, così magicamente serene, così tranquillamente gioiose che cerco di prolungare il più possibile quell'atmosfera rimandando il "risveglio" e il ritorno alla quotidianità. A questo scopo difendo il MIO albero di Natale dagli "attacchi" di chi vorrebbe smantellarlo e riporlo nelle sue scatole di cartone in soffitta: "Smontiamo l'albero oggi?", "L'albero non si tocca". E così da oltre un mese l'alberello resiste in mezzo al salotto continuando a sfavillare e a luccicare nella notte con gli angioletti di vetro che tintinnano e i fiocchi dorati che brilluccicano. Anche a lavorare la ripartenza è stentata; si va beh, lo ammetto, questo non è affatto un caso raro però di solito mi piace l'avvio del nuovo anno: predisporre i nuovi archivi, chiudere i vecchi registri; quest'anno tengo tutto ancora in sospeso. Come se non volessi abbandonare il vecchio anno, come se volessi tenerlo ancora un pò qui con me, come se rimanere ancorata alle vecchie cose mi permettesse di fermare il tempo. Come se non volessi procedere oltre. Eppure il 2007 non è stato così indimenticabile; ci sono stati giorni belli e brutti come sempre, c'è stato qualcosa da tenere e qualcosa da buttare. Come sempre è stato un susseguirsi di giorni lenti e mesi veloci, come sempre le cose sono andate come gli è parso...come sempre andrà così anche quest'anno e forse è proprio questo che non ho voglia di affrontare il 2008. Così mi ancoro con indolenza a quel che è stato senza la spinta entusiasta a nuove rincorse, a nuove sfide, a nuove vittorie e/o sconfitte. Ancora un pò. Almeno per ora.
E’ arrivata. L’aria del Natale si sente tutto intorno a noi…Indubbiamente: Natale is now!
E dopo questo inizio dolcemente melenso posso cominciare a parlare come una persona normale. Ma il fatto è che a me il Natale fa davvero quest’effetto. A ottobre comincio a pensare a cosa mi piacerebbe regalare a chi. A novembre mi rendo conto che se davvero comprassi tutto quello a cui ho pensato mi ritroverei a lavare i vetri ai semafori. A dicembre ho in mano la lista ridotta ai minimi termini, che quotidianamente modifico, cancello, aggiorno e ripristino. Ora: lo so che pecco di consumismo convulso e maniacale, ma naturalmente io la vedo in maniera diversa. E’ il mio modo di dimostrare a chi amo di quanto grande sia il mio affetto; spendere prima di tutto tempo e propositi per le persone a cui tengo mi sembra un modo per far capire loro quanto li tengo nei miei pensieri. Non per mia scelta sono nata figlia del materialismo e di conseguenza questo è il mio naturale modo di manifestare sentimenti. Insomma: in testa mia mi sono convinta che in fondo in fondo qualcosa di buono c’è anche nella orripilante e ripugnante corsa ai regali di Natale. Il segreto di questo risvolto romantico per una pratica squallida e mediocre forse sta nel fatto che mi obbligo a comprare tutto almeno 2 settimane del Natale, quando la gente ancora non è vittima della frenesia degli ultimi giorni, così passeggiare quando non c’è nessuno fra gli scaffali mi preserva da crisi isteriche. Se poi condisco tutto con biglietti augurali scritti ad personam con un fiume di parole strappalacrime riesco a mettere la ciliegina sulla torta…anzi sul panettone! E come direbbe qualcuno di mia conoscenza: HAVE A NICE CHRISTMAS!
Sono abituata alla sindrome da lunedì, d’altronde chi non ne è vittima? Però stamani mi è sorto un dubbio? E se invece le mie turbe fossero altre? E’ normale alle 10.30 del mattino (dopo quasi 2 ore ininterrotte di chiacchiere insulse e fastidiose) immaginare che un polipo gigante venga proiettato all’interno dell’ufficio e vada a tappare con i suoi tentacoli viscidi la bocca della collega che non riesce a capire che il mio reiterato silenzio alle sue domande significa solo che voglio essere lasciata in pace? Oppure immaginare che il suo Pc si trasformi in una gigantesca e leggiadra bolla di sapone e che prenda il volo mentre lei (sempre ovviamente ad alta voce) cerca su google il nome della moglie di Diliberto e mi sciorina in ordine di apparizione gli innumerevoli articoli correlati alla ricerca. E’ umanamente sopportabile che sempre la sopraccitata collega si dilunghi in diatribe sul marciume televisivo portando a esempio di inguardabilità l’ultimo programma di Bonolis quando ogni pomeriggio non manca di seguire “Uomini e donne” di Maria de Filippi? Naturalmente intercalando queste discussioni intellettualoidi con preziose notizie di morti e disgrazie di paese, di cui per altro io non posso conoscere nemmeno di sfuggita i protagonisti visto che qui ci lavoro solamente e non ci vivo. Ultimo esempio? La conta dei presenti e assenti all’ultimo funerale del paese, con conseguente giudizio sull’omelia. E sono solo le 11.
Da qui alle 14 mi chiedo quali altri mirabolanti avvenimenti mi saranno resi noti.
Intanto mi sono documentata. Esiste una sindrome da lunedì, ma nessuna sindrome da collega tediosa; quindi a meno chè il mio sia un caso unico e disperato chiedo a chi fosse a conoscenza di altre disperate situazioni simili alla mia un consiglio spassionato e possibilmente che non comporti spargimenti di sangue innocente. Nell’attesa nel mio piccolo ho mangiato tre mandarini per sopperire alla carenza di vitamina C e ho scelto un’immagine evocativa di pace e sintonia.
Dunque, questo sarà un post fatto di niente. Nel senso che non ho proprio niente da dire, ma scrivere mi servirà a distogliere il pensiero da altri pensieri. Allora potrei commentare di quanto sia splendido oggi il tempo: fuori dalla finestra il sole ha appena fatto capolino dal crinale della collina, illuminando la valle che si è accesa di una luce fredda e limpida meravigliosa, il pino davanti a me si muove impercettibilmente con le fronde ancora umide di rugiada che scintillano accarezzate dal sole, una tortorella si ripara sotto i suoi rami e svolazza solitaria da un lato all’altro, fino a quando un istinto suicida la fa catapultare con violenza inaudita contro i vetri dell’ufficio che risveglia le menti assopite con un botto tremendo (di questi tentativi falliti se ne contano ormai decine).
Argomento meteo esaurito….
Potrei parlare di come mi piaccia iniziare la giornata: entro al bar barcollante di sonno e chiedo ol mio solito cappuccino cremoso e una pasta calda, nell’attesa sfoglio il giornale che come al solito in prima pagina ha solo pessime notizie, allora lo sfoglio fino ad arrivare alle pagine dello spettacolo e della cultura e mi metto a leggere assorta gli articoli più curiosi fino a quando mi volto per andare a prendere il mio cappuccio al banco e…ZAC… c’è sempre qualcuno che è in attesa alle mie spalle per afferrare il giornale e portaselo al suo tavolino. Indiscutibilmente questo è uno dei modi più irritanti di cominciare la giornata.
Argomento bar esaurito…..
In ogni caso la mente torna sempre a pensare a quanto sia difficile fare, dire e scegliere la cosa giusta quando si tratta di rapporti tra uomo e donna, tra donna e donna, tra amici e tra amanti, in qualsiasi luogo e con qualsiasi mezzo di comunicazione. Bisognerebbe che alla nascita ci fornissero una palla di cristallo, da guardarci dentro ogni volta che inizi, costruisci, consolidi una qualsiasi relazione perché nella più rosea delle previsioni almeno nell’80% dei casi si combina qualche pasticcio. Almeno io. Ammetto di essere un soggetto dalla socialità felina, del tipo ti prendo quando ci sei ma non ti vengo a cercare più di tanto e forse è per questo che alla fine non mi sforzo più di tanto di soddisfare le aspettative altrui. Quando non ci si aspetta granchè dagli altri si finisce per ripagare con la stessa moneta. Fino a poco tempo fa mi arrovellavo sul perché e per come non riuscissi mai a portare le cose dove volessi io solo con l’uso delle parole, adesso ho imparato a lasciar correre, o meglio a lasciare anche agli altri il libero arbitrio di scegliermi e poco importa se alla fine chi mi sceglie si conta sulla punta delle dita (di una mano). L’importante è che anch’io abbia imparato a prendere e lasciare, a non accettare tutti e tutto nella speranza di raccogliere poi qualcosa di prezioso, le gemme preziose sono così rare che non le si trovano come sorprese nell’ovetto kinder. Che poi me ne pento perché sogno che le cose vadano come voglio io, ma so che alla mia età devo smettere di fare la bambina viziata che vuole tutto ciò che desidera.
Capita che a volte si abbia bisogno di una bella lezione. Allora si rimane un po’ ammaccati e stropicciati dalla vita. Capita poi che quando meno te lo aspetti la vita ti concede anche il giusto conforto. Allora cosa c’è di meglio per consolarsi che una serata alcolica? Leggermente alcolica…ovviamente.
Prendi tre amiche e un viaggio in auto passato senza smettere un attimo di parlare, parlare, parlare di tutto e di tutti.
Prendi una città magica, affascinante, colorata e viva come Bologna di notte.
Prendi un locale rumoroso e pieno di musica, la musica giusta che fa muovere le mani e battere il piede a ritmo.
Prendine tre di questi locali……
Prendi un mojito fresco e profumato, un daiquiri alla fragola dolce e succosa, una crema di whisky morbida e ghiacciata.
Prendi tante gente che passa, gente ricca, gente povera, gente chiassosa, gente snob, gente buffa e comica, gente seria e forse triste, gente da scrutare, da osservare, da riderci su o da fantasticare.
Prendi che dopo un po’ rischi di non essere più tanto lucida, che ridi per un niente e che la serata passa veloce portandosi via i pensieri tristi e deludenti.
C’è che adesso son pronta e so cosa veramente voglio, c’è che ho capito cosa sono disposta a dare e cosa invece preferisco tenere per me.
C’è che serate così sono un balsamo e che magari non occorre aspettare la prossima sconfitta per uscire a cercare nuovi stimoli.