Cercavo un'immagine che rappresentasse la sensazione di calma piatta che a volte mi coglie, poi curiosando su google e sulle centinaia di immagini proposte mi sono chiesta che differenza c'è tra l'apatia e la rabbia. Se per caso il fatto di non-sentire-niente non voglia piuttosto significare non-voglio-sentire-ciò-che-sento; ho sempre oscillato tra la voglia di spiccare il volo e l'istinto di restare zavorrata a terra sempre con il dubbio di fare la cosa giusta. Sono un groviglio confuso di sensazioni contrastanti e poli opposti; brancolo da sempre nell'incertezza di dare sfogo ai miei istinti più bassi e la volontà di seguire la cosa giusta da fare...e in ogni caso mi resta sempre il dubbio di non essere stata fedele a me stessa e di tradito la mia natura. Che si tratti di amicizia, amore, lavoro o famiglia mi dibatto sempre nella lotta tra il bene e il male dove per bene intendo quello che vorrei fare e per male quello che invece devo fare. Se penso alle mie azioni e parole mi chiedo quando è stata l'ultima volta che liberamente, serenamente ho fatto quello che avrei voluto fare. Forse è stato nel 2003...Forse allora mi spiego perchè da allora in poi ho vincolato tutte le mie scelte alla ragionevolezza; forse allora non è stato così sbagliato dare precedenza alla testa piuttosto che al cuore. Resta però la voglia di fare la convergenza a ra
gione e sentimento; se quello che sente il cuore e quello che dice la testa non sono coerenti e in accordo ecco che scatta la dissonanza che cova dentro. Per il momento e finchè non trovo un buon meccanico dell'anima inserisco tutte e due le immagini che ho scelto coerente con la mia incoerenza...
“C’è che spesso abbiamo bisogno di ritagliarci spazi, spazi coperti dal troppo altruismo verso persone che forse non lo meritano e c’è che la masturbazione forse può essere un mezzo per poter apprendere quel cinismo che serve per essere meno altruisti e vedere appieno chi e cosa merita il nostro tempo”.
Insomma…la masturbazione come metodo di liberazione mentale? Oggi si chiacchierava a questi livelli e nonostante ne abbia parlato per almeno mezz’ora abbondante non sono affatto convinta della conclusioni. Ammetto che trenta minuti di dibattito non sono accademicamente apprezzabili, ma tant’è, magari bastano per lanciare il sasso nello stagno e vedere in quanti cerchi concentrici si propaga l’onda. Perché si, lo devo ammettere quello per me è un mondo semisconosciuto e sentirne parlare in termini di “cura mentale” poi mi ha divertito e sorpreso. Non me la sento di bocciare a priori questa tesi però un appunto mi è venuto di farlo di getto. Non so....non vorrei sembrare la solita femminista mentalmente frigida, ma credo che per voi uomini (perché se non si è capito il dialogo si è svolto con un uomo) sia naturale far passare i pensieri attraverso il cavallo dei pantaloni e liberare i vostri fantasmi da lì, ma davvero credimi per noi donne la cosa è più complessa. Non voglio sminuire la vostra "carnalità" ma per una donna la carne si accompagna spesso (se non sempre) al sentimento..e non so se aggiungere purtroppo. Insomma per farla breve la prendo come una visione testosteronica ma vorrei capire se mi sono persa qualcosa di importante della rivoluzione del ’68, se davvero si può iniziare a scoprire il valore del proprio tempo partendo da lì…Ora: il mio amico ha previsto strali di critiche e irose repliche. Ma io come al solito non la penso come lui.
Quante volte ho pensato di me che: “No, in tutti questi anni in fondo non sono cambiata molto”. Indubbiamente siamo i peggiori critici di noi stessi. Se davvero faccio un esame sincero di quello che sono e di quello che sono stata credo che potrei dire di essere un’altra persona rispetto a 20-10-5 anni fa. Se mi guardo indietro vedo più o meno lontani dei sipari che si sono chiusi su determinate scene della mia vita, e il palcoscenico che ne è seguito apre nuove scene, nuovi copioni e di volta in volta per me è stata una metamorfosi lenta ma inequivocabile. Per esempio: nella mia vita non ho mai avuto legami stretti di amicizia con nessuna/o; è buffo dirlo ma nei rapporti di amicizia seguivo flussi migratori stagionali, così capitava che in città vivessi ogni giorno accanto a persone che poi abbandonavo per mesi durante l’estate e di conseguenza avveniva che durante l’estate vivessi “amori” che poi con il primo cadere delle foglie si esaurivano e lasciavano solo bei ricordi. Non ho mai faticato ad adattarmi a questo mio andare e venire dalla vita altrui e per ripararmi da lancinanti nostalgie mi sono sempre detta che. “I sentimenti importanti (amicizia o amore che siano) non hanno bisogno di costante partecipazione, non importa viversi nella quotidianità e nell’obbligo di esserci sempre e comunque”. Così mi sono accorta di avere lasciato sempre troppe porte aperte e che da quelle porte entravano e uscivano affetti a volte carichi di doni…ma anche no. E ripensando a questa mia convinzione forte e sincera mi sono resa conto di quanto sono cambiata, perché ora penso che gli affetti debbano essere coltivati ogni giorno con piccole, durevoli, costanti cure. Come un vero giardiniere che accudisce semi e germogli e che ogni giorno dedica tempo e spazio alla propria creazione. Tempo che viene prestato ai bisogni di chi ci preme e spazio nei pensieri anche quando non siamo vicini. Adesso sento di aver bisogno di questo e di poter dare altrettanto con spontaneità e naturalezza senza sentire il peso di doveri e obblighi. Per tutto il resto c’è mastercard!
Sono abituata alla sindrome da lunedì, d’altronde chi non ne è vittima? Però stamani mi è sorto un dubbio? E se invece le mie turbe fossero altre? E’ normale alle 10.30 del mattino (dopo quasi 2 ore ininterrotte di chiacchiere insulse e fastidiose) immaginare che un polipo gigante venga proiettato all’interno dell’ufficio e vada a tappare con i suoi tentacoli viscidi la bocca della collega che non riesce a capire che il mio reiterato silenzio alle sue domande significa solo che voglio essere lasciata in pace? Oppure immaginare che il suo Pc si trasformi in una gigantesca e leggiadra bolla di sapone e che prenda il volo mentre lei (sempre ovviamente ad alta voce) cerca su google il nome della moglie di Diliberto e mi sciorina in ordine di apparizione gli innumerevoli articoli correlati alla ricerca. E’ umanamente sopportabile che sempre la sopraccitata collega si dilunghi in diatribe sul marciume televisivo portando a esempio di inguardabilità l’ultimo programma di Bonolis quando ogni pomeriggio non manca di seguire “Uomini e donne” di Maria de Filippi? Naturalmente intercalando queste discussioni intellettualoidi con preziose notizie di morti e disgrazie di paese, di cui per altro io non posso conoscere nemmeno di sfuggita i protagonisti visto che qui ci lavoro solamente e non ci vivo. Ultimo esempio? La conta dei presenti e assenti all’ultimo funerale del paese, con conseguente giudizio sull’omelia. E sono solo le 11.
Da qui alle 14 mi chiedo quali altri mirabolanti avvenimenti mi saranno resi noti.
Intanto mi sono documentata. Esiste una sindrome da lunedì, ma nessuna sindrome da collega tediosa; quindi a meno chè il mio sia un caso unico e disperato chiedo a chi fosse a conoscenza di altre disperate situazioni simili alla mia un consiglio spassionato e possibilmente che non comporti spargimenti di sangue innocente. Nell’attesa nel mio piccolo ho mangiato tre mandarini per sopperire alla carenza di vitamina C e ho scelto un’immagine evocativa di pace e sintonia.
C'è che non sono attrezzata contro le delusioni. Sono un "soggetto a forte rischio di delusione".
E poi....
Credo che non imparerò mai a essere diplomatica, anzi lo so. So che tra dire quello che penso e stare zitta, mi convenga stare zitta, ma alla mia età un po’ di outing fa bene. A me. Agli altri meno.
E allora comincio.
Credo che tante volte chi dice di voler esser ascoltato, in fondo non abbia niente da dire. E credo che chi dice di aver bisogno di aiuto, forse voglia solo continuare a crogiolarsi nella propria sofferenza.
Credo che chi è causa del proprio male non si debba lamentare.
Credo che chi soffre, ma soffre davvero non abbia la forza di apparire superficiale.
Credo che non si è mai del tutto sbagliati o del tutto giusti. Possono essere giuste o sbagliate le scelte. E con me hai fatto la scelta sbagliata.
Credo che anche da adulti si resti un po’ bambini: crudeli, gelosi e bugiardi. Si dicono bugie ogni giorno: a chi si ama ma soprattutto per amore di sé stessi.
Credo di essere un tipo che “allontana la gente”, ma credo anche che chi sa starmi vicino non mi lascerà mai.
Credo che se hai il coraggio di scoparti la segreteria sul divano di casa devi avere anche il coraggio di assumertene le conseguenze.
Credo che ognuno debba fare liberamente le proprie scelte; tra passare da un letto all’altro e non mentire a me stessa scelgo di non mentire a me stessa; ma se tu in tutta libertà decidi viceversa dopo non puoi raccontarti balle. Devi scegliere. Ma una cosa sola.
Credo che esista il libero arbitrio e la libertà di scegliere. Ma credo che in pochi abbiano il coraggio di essere liberi.
Credo che sentirsi liberi di scegliere a chi dare il proprio rispetto sia davvero cosa ardua.
Credo che per oggi possa bastare. Sto già meglio.
"L'amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri." Charles Bukowski.
La prima volta che si legge un’affermazione del genere si rimane un po’ sconvolti, poi riflettendoci non la si può trovare almeno un po’ vera. Soprattutto se si ha il coraggio di fare un po’ di autocritica e ci facciamo un bell’esame di coscienza; chi può mai negare che si ama ciò che ci fa star bene? Non è proprio questo lo scopo dell’amore? (…se uno scopo ha…) Si sceglie di amare ciò che serve a farci sentire meglio, ma l’amore è un oceano dalle acque così profonde che è difficile da sondare; più facile è trovare vera questa frase se penso in generale…le amicizie, i divertimenti, se penso a cosa “scegliamo” per appagare i nostri desideri. E lì è evidente che si “ama” con cognizione di causa. Ci si presta e ci si svende pur di ottenere soddisfazione ai nostri bisogni; così capita che per un amico (o per chi si desidera sia tale) ci si adegua a modi di pensare che non ci appartengono. Ci si preoccupa di fare le domande che si pensa siano più importanti e si danno le risposte che si spera siano le più gradite. Si compiace l’oggetto del nostro desiderio (che sia fisico, intellettuale, fraterno e chi più ne ha più ne metta) in tutti i modi possibili rischiando di apparire poi diversi da come in realtà siamo. Credo di aver capito oggi, grazie a questo brano di Bukowski, una frase di tanto tempo fa: "Quello che fai tu, che pensi tu e che senti tu non deve essere un problema degli altri". Quando mi fu detta non la capii, ma mi fece male, fece così male che a stento riuscii a trattenere le lacrime (non era né il momento né il luogo adatto per poterlo fare), non sono sicura che questa sia la chiave di lettura giusta, ma al momento mi do questa soluzione e la prendo per buona: non bisogna porsi mai agli altri con l’atteggiamento di chi vuol compiacere a tutti i costi a scapito della propria natura e dei propri sentimenti. C’è chi lo fa. Anche qui…soprattutto qui. Ma al riguardo non esprimo giudizi, anche se li ho.
Pensavo a quanto vere possono essere a volte le favole, anche quelle più strane e buffe…e dopo un profondo esame di coscienza credo di poter affermare senza ombra di dubbio di essere affetta dalla “sindrome del Bianconiglio”. Proprio lui: il Bianconiglio di Alice nel Paese delle meraviglie. La prima volta che lessi il romanzo visionario di Lewis Carroll avevo 13 anni, era una lenta, pigra e tediosa estate torrida ed ero convinta che il tizio in questione si fosse cibato di strane sostanza psicotrope. A distanza di anni capisco che il Bianconiglio rappresenta tutti noi che corriamo, corriamo e non arriviamo mai in tempo e quando arriviamo ormai siamo talmente stanchi di tanto correre che nella maggior parte dei casi ci siamo dimenticati il motivo di tanta fretta. Spendiamo energie nella frenesia del lavoro, nei pensieri che ci accompagnano mentre viaggiamo, mentre camminiamo; c’è un evidente dispendio di energie visto che poi quando si tratta finalmente di rallentare, di gustare, di dedicare tempo al rito della “lentezza” non siamo più capaci di fermarci, alla perenne rincorsa di quello che c’è al di là, per anticipare la corsa di domani. Come una macchina ha bisogno di carburante per camminare, anche noi dobbiamo “nutrirci” di combustile. E il nostro combustibile sono le energie positive che traiamo dalle cose che ci danno piacere: amori, amicizie, hobby, svaghi. Se non ci dedichiamo alla raccolta di queste “cose buone” in breve ci sentiamo sfiniti, privi di stimoli e voglia di fare. Se non integriamo con qualcosa di piacevole la nostra quotidianità vengono meno le nostre energie e visto che una delle necessità di oggi è proprio quella di imparare a gestire le risorse energetiche perché non farlo anche per il nostro equilibrio? Per esempio: posso provare a non perdere più tempo in discussioni, malintesi, fraintendimenti, non sprecherò il mio combustibile per persone e pensieri che tolgono energie a ciò che davvero merita il mio amore/affetto/comprensione. Il rischio è perdere qualcosa o qualcuno per strada, ma saranno comunque perdite minime se riuscirò poi a donare molto di più a chi mi sta vicino. Il rischio è di non investire in speculazioni azzardate, di non mettersi in gioco per un futuro che ignoro. Il rischio c’è, ma visti i meriti incerti di alcune imprese passate preferisco tentare la strada del risparmio energetico. Sarà come tenere accesa una sola grande luce invece di accendere tanti piccoli lumicini…
Cena tra amici; ci si ritrova dopo le “scorribande” estive a raccontarsi e raccontare le serate che diventeranno i souvenir del 2007. Tra un boccone e l’altro le discussioni si animano e ci si inerpica in un difficile dibattito del tipo “nonèbellociòcheèbellomaèbellociòchepiace”. Il pomo della discordia naturalmente l’ho scagliato io partendo da una domanda che per me risulta sempre ostica: “perché gli uomini considerano “bella” una donna che dal nostro punto di vista si può al massimo paragonare a una cozza dell’atlantico?”. Sorvolando su teorie sessiste che vogliono le donne più obiettive degli uomini e su spiegazioni ingenue che ritengono “davvero bella” la cozza in questione,
l’unica interpretazione plausibile che ne ho ricavato è che esistono due tipi di bellezza: quella soggettiva e quella oggettiva. Ci sono uomini/donne che oggettivamente si possono e si devono ritenere belli e questo è sotto gli occhi di tutti e ci sono bellezze soggettive che sono visibili solo agli occhi della vittima di Cupido. Mi rendo conto che entrare nella questione del bello/brutto in fatto di chimica tra uomo e donna è molto difficile e infatti rimane insoluto il dilemma di come certe donne risultino “belle” per gli ometti marpioni, ma ho trovato un esempio di oggettivo/soggettivo su cui chiunque può darmi ragione: la musica.
Ci sono pezzi della storia della musica che fanno venire i brividi al primo ascolto, melodie che oggettivamente sono perfette; al di là del tempo, delle mode, delle culture e del background personale ci sono canzoni che toccano l’anima di tutti (Queen, Frank Sinatra, Marvin Gaye) e poi ci sono canzoni che soggettivamente hanno un significato sublime, unico e prezioso solo per chi le ha vissute sulla propria pelle (per me U2, Vasco Rossi, Ligabue, Elisa, Depeche Mode, Tori Amos ecc ecc ecc ecc).