“C’è che spesso abbiamo bisogno di ritagliarci spazi, spazi coperti dal troppo altruismo verso persone che forse non lo meritano e c’è che la masturbazione forse può essere un mezzo per poter apprendere quel cinismo che serve per essere meno altruisti e vedere appieno chi e cosa merita il nostro tempo”.
Insomma…la masturbazione come metodo di liberazione mentale? Oggi si chiacchierava a questi livelli e nonostante ne abbia parlato per almeno mezz’ora abbondante non sono affatto convinta della conclusioni. Ammetto che trenta minuti di dibattito non sono accademicamente apprezzabili, ma tant’è, magari bastano per lanciare il sasso nello stagno e vedere in quanti cerchi concentrici si propaga l’onda. Perché si, lo devo ammettere quello per me è un mondo semisconosciuto e sentirne parlare in termini di “cura mentale” poi mi ha divertito e sorpreso. Non me la sento di bocciare a priori questa tesi però un appunto mi è venuto di farlo di getto. Non so....non vorrei sembrare la solita femminista mentalmente frigida, ma credo che per voi uomini (perché se non si è capito il dialogo si è svolto con un uomo) sia naturale far passare i pensieri attraverso il cavallo dei pantaloni e liberare i vostri fantasmi da lì, ma davvero credimi per noi donne la cosa è più complessa. Non voglio sminuire la vostra "carnalità" ma per una donna la carne si accompagna spesso (se non sempre) al sentimento..e non so se aggiungere purtroppo. Insomma per farla breve la prendo come una visione testosteronica ma vorrei capire se mi sono persa qualcosa di importante della rivoluzione del ’68, se davvero si può iniziare a scoprire il valore del proprio tempo partendo da lì…Ora: il mio amico ha previsto strali di critiche e irose repliche. Ma io come al solito non la penso come lui.
Sono abituata alla sindrome da lunedì, d’altronde chi non ne è vittima? Però stamani mi è sorto un dubbio? E se invece le mie turbe fossero altre? E’ normale alle 10.30 del mattino (dopo quasi 2 ore ininterrotte di chiacchiere insulse e fastidiose) immaginare che un polipo gigante venga proiettato all’interno dell’ufficio e vada a tappare con i suoi tentacoli viscidi la bocca della collega che non riesce a capire che il mio reiterato silenzio alle sue domande significa solo che voglio essere lasciata in pace? Oppure immaginare che il suo Pc si trasformi in una gigantesca e leggiadra bolla di sapone e che prenda il volo mentre lei (sempre ovviamente ad alta voce) cerca su google il nome della moglie di Diliberto e mi sciorina in ordine di apparizione gli innumerevoli articoli correlati alla ricerca. E’ umanamente sopportabile che sempre la sopraccitata collega si dilunghi in diatribe sul marciume televisivo portando a esempio di inguardabilità l’ultimo programma di Bonolis quando ogni pomeriggio non manca di seguire “Uomini e donne” di Maria de Filippi? Naturalmente intercalando queste discussioni intellettualoidi con preziose notizie di morti e disgrazie di paese, di cui per altro io non posso conoscere nemmeno di sfuggita i protagonisti visto che qui ci lavoro solamente e non ci vivo. Ultimo esempio? La conta dei presenti e assenti all’ultimo funerale del paese, con conseguente giudizio sull’omelia. E sono solo le 11.
Da qui alle 14 mi chiedo quali altri mirabolanti avvenimenti mi saranno resi noti.
Intanto mi sono documentata. Esiste una sindrome da lunedì, ma nessuna sindrome da collega tediosa; quindi a meno chè il mio sia un caso unico e disperato chiedo a chi fosse a conoscenza di altre disperate situazioni simili alla mia un consiglio spassionato e possibilmente che non comporti spargimenti di sangue innocente. Nell’attesa nel mio piccolo ho mangiato tre mandarini per sopperire alla carenza di vitamina C e ho scelto un’immagine evocativa di pace e sintonia.
C’erano una volta due campanili. Sorgevano sulla piazza di un minuscolo paese di montagna e da sempre i loro rintocchi risuonavano all’unisono. Erano stati costruiti pietra su pietra nel corso di molti anni partendo dal nulla, ma con tanto amore e tanta passione che ben presto si erano rivelati forti e resistenti a ogni intemperia; ogni tanto un fulmine si abbatteva sulla guglia di uno dei due campanili ed era capitato anche che piccoli terremoti scuotessero le loro fondamenta, ma mai per nessun motivo era capitato che le note delle due campane non suonassero in perfetta armonia. Passarono gli anni e i due campanili gemelli con i loro tocchi forti e sicuri divennero il simbolo di quel piccolo angolo di mondo, le stagioni ai loro piedi si susseguivano incessantemente finchè un giorno….nel silenzio e nella quiete dell’aria mattutina le due campane iniziarono a suonare con un leggerissimo indugio, a un orecchio straniero l’armonia sarebbe risultata perfetta eppure per chi era abituato a sentire ogni giorno quei doppi rintocchi qualcosa di stonato d’un tratto era apparso. Era una piccola, quasi impercettibile dissonanza che da quel giorno si ripeteva abitualmente, anche se niente di clamoroso e appariscente era accaduto che potesse giustificare quel cambiamento sì trascurabile ma decisamente chiaro. Gli abitanti sorpresi e attoniti si chiedevano cosa mai fosse avvenuto perché adesso le loro campane fossero diventate così discordi e si domandavano se l’una suonasse in anticipo o se l’altra avesse accusato un ritardo inspiegabile; quale delle due campane adesso suonava l’ora esatta? Senza sapere quale delle due campane era quella che stonava come avrebbero fatto a riparare il danno? Se avessero spostato le lancette dell’orologio preciso l’altro avrebbe comunque continuato a suonare in dissonanza….nella confusione più assoluta si levavano le voci più disparate, ci fu perfino chi suggerì di abbattere i due campanili e di costruire due nuove strutture, ma né questa né altre soluzioni risultarono accettabili e ancora oggi su quella piazza si attende che arrivi qualcuno a risolvere il problema delle campane stonate.
Cena tra amici; ci si ritrova dopo le “scorribande” estive a raccontarsi e raccontare le serate che diventeranno i souvenir del 2007. Tra un boccone e l’altro le discussioni si animano e ci si inerpica in un difficile dibattito del tipo “nonèbellociòcheèbellomaèbellociòchepiace”. Il pomo della discordia naturalmente l’ho scagliato io partendo da una domanda che per me risulta sempre ostica: “perché gli uomini considerano “bella” una donna che dal nostro punto di vista si può al massimo paragonare a una cozza dell’atlantico?”. Sorvolando su teorie sessiste che vogliono le donne più obiettive degli uomini e su spiegazioni ingenue che ritengono “davvero bella” la cozza in questione,
l’unica interpretazione plausibile che ne ho ricavato è che esistono due tipi di bellezza: quella soggettiva e quella oggettiva. Ci sono uomini/donne che oggettivamente si possono e si devono ritenere belli e questo è sotto gli occhi di tutti e ci sono bellezze soggettive che sono visibili solo agli occhi della vittima di Cupido. Mi rendo conto che entrare nella questione del bello/brutto in fatto di chimica tra uomo e donna è molto difficile e infatti rimane insoluto il dilemma di come certe donne risultino “belle” per gli ometti marpioni, ma ho trovato un esempio di oggettivo/soggettivo su cui chiunque può darmi ragione: la musica.
Ci sono pezzi della storia della musica che fanno venire i brividi al primo ascolto, melodie che oggettivamente sono perfette; al di là del tempo, delle mode, delle culture e del background personale ci sono canzoni che toccano l’anima di tutti (Queen, Frank Sinatra, Marvin Gaye) e poi ci sono canzoni che soggettivamente hanno un significato sublime, unico e prezioso solo per chi le ha vissute sulla propria pelle (per me U2, Vasco Rossi, Ligabue, Elisa, Depeche Mode, Tori Amos ecc ecc ecc ecc).