Quante volte ho pensato di me che: “No, in tutti questi anni in fondo non sono cambiata molto”. Indubbiamente siamo i peggiori critici di noi stessi. Se davvero faccio un esame sincero di quello che sono e di quello che sono stata credo che potrei dire di essere un’altra persona rispetto a 20-10-5 anni fa. Se mi guardo indietro vedo più o meno lontani dei sipari che si sono chiusi su determinate scene della mia vita, e il palcoscenico che ne è seguito apre nuove scene, nuovi copioni e di volta in volta per me è stata una metamorfosi lenta ma inequivocabile. Per esempio: nella mia vita non ho mai avuto legami stretti di amicizia con nessuna/o; è buffo dirlo ma nei rapporti di amicizia seguivo flussi migratori stagionali, così capitava che in città vivessi ogni giorno accanto a persone che poi abbandonavo per mesi durante l’estate e di conseguenza avveniva che durante l’estate vivessi “amori” che poi con il primo cadere delle foglie si esaurivano e lasciavano solo bei ricordi. Non ho mai faticato ad adattarmi a questo mio andare e venire dalla vita altrui e per ripararmi da lancinanti nostalgie mi sono sempre detta che. “I sentimenti importanti (amicizia o amore che siano) non hanno bisogno di costante partecipazione, non importa viversi nella quotidianità e nell’obbligo di esserci sempre e comunque”. Così mi sono accorta di avere lasciato sempre troppe porte aperte e che da quelle porte entravano e uscivano affetti a volte carichi di doni…ma anche no. E ripensando a questa mia convinzione forte e sincera mi sono resa conto di quanto sono cambiata, perché ora penso che gli affetti debbano essere coltivati ogni giorno con piccole, durevoli, costanti cure. Come un vero giardiniere che accudisce semi e germogli e che ogni giorno dedica tempo e spazio alla propria creazione. Tempo che viene prestato ai bisogni di chi ci preme e spazio nei pensieri anche quando non siamo vicini. Adesso sento di aver bisogno di questo e di poter dare altrettanto con spontaneità e naturalezza senza sentire il peso di doveri e obblighi. Per tutto il resto c’è mastercard!
Pensavo a quanto vere possono essere a volte le favole, anche quelle più strane e buffe…e dopo un profondo esame di coscienza credo di poter affermare senza ombra di dubbio di essere affetta dalla “sindrome del Bianconiglio”. Proprio lui: il Bianconiglio di Alice nel Paese delle meraviglie. La prima volta che lessi il romanzo visionario di Lewis Carroll avevo 13 anni, era una lenta, pigra e tediosa estate torrida ed ero convinta che il tizio in questione si fosse cibato di strane sostanza psicotrope. A distanza di anni capisco che il Bianconiglio rappresenta tutti noi che corriamo, corriamo e non arriviamo mai in tempo e quando arriviamo ormai siamo talmente stanchi di tanto correre che nella maggior parte dei casi ci siamo dimenticati il motivo di tanta fretta. Spendiamo energie nella frenesia del lavoro, nei pensieri che ci accompagnano mentre viaggiamo, mentre camminiamo; c’è un evidente dispendio di energie visto che poi quando si tratta finalmente di rallentare, di gustare, di dedicare tempo al rito della “lentezza” non siamo più capaci di fermarci, alla perenne rincorsa di quello che c’è al di là, per anticipare la corsa di domani. Come una macchina ha bisogno di carburante per camminare, anche noi dobbiamo “nutrirci” di combustile. E il nostro combustibile sono le energie positive che traiamo dalle cose che ci danno piacere: amori, amicizie, hobby, svaghi. Se non ci dedichiamo alla raccolta di queste “cose buone” in breve ci sentiamo sfiniti, privi di stimoli e voglia di fare. Se non integriamo con qualcosa di piacevole la nostra quotidianità vengono meno le nostre energie e visto che una delle necessità di oggi è proprio quella di imparare a gestire le risorse energetiche perché non farlo anche per il nostro equilibrio? Per esempio: posso provare a non perdere più tempo in discussioni, malintesi, fraintendimenti, non sprecherò il mio combustibile per persone e pensieri che tolgono energie a ciò che davvero merita il mio amore/affetto/comprensione. Il rischio è perdere qualcosa o qualcuno per strada, ma saranno comunque perdite minime se riuscirò poi a donare molto di più a chi mi sta vicino. Il rischio è di non investire in speculazioni azzardate, di non mettersi in gioco per un futuro che ignoro. Il rischio c’è, ma visti i meriti incerti di alcune imprese passate preferisco tentare la strada del risparmio energetico. Sarà come tenere accesa una sola grande luce invece di accendere tanti piccoli lumicini…
Nel mio personalissimo dizionario dei sinonimi e dei contrari la prima parola è COMPLICITA’ (è la prima perché è per capire quanti significati può avere questo concetto che mi è venuta l’idea del dizionario plebiscitario). Una notte un po’ insonne ho iniziato a chiedermi se quello che io intendo per complicità sia un traguardo raggiungibile o forse sia solo un sogno utopistico. Per curiosità la mattina dopo ho girato il quesito ad alcuni amici e amiche; naturalmente non tutti hanno risposto e mi sono divertita a scoprire che chi invece aveva raccolto l’invito erano proprio le persone su cui avevo riposto la massima fiducia nel trovare una risposta (non è anche questo un piccolo tangibile segno di complicità?).
Ognuno ovviamente ha dato un significato diverso alla parola e ha dato soluzioni diverse per raggiungere un buon grado di complicità all’interno della coppia. Da apprendista analista mi piaceva infatti capire i meccanismi che uniscono due amanti in un patto di complicità, ma senza dubbio alcuni aspetti si possono poi rispecchiare in qualsiasi rapporto tra due persone (dello stesso sesso, di sesso opposto ma legati da amicizia per esempio). Ognuno ovviamente mi ha poi fatto venire in mente altri interrogativi che magari in futuro mi terranno sveglia a elucubrare di notte su: la possibilità che un uomo e una donna possano essere amici senza per questo cadere nel gorgo dell’attrazione fisica; i variegati e variopinti significati che la gente dà al tradimento e questo solo per cominciare…
Ma la cosa “buffa” che è scaturita da questo fitto scambio di opinioni è stata che ancora una volta l’uomo e la donna sembrano provenire da due pianeti diversi. A unire le donne è il fatto che la complicità in una coppia si possa e si debba costruire mentre per gli uomini o c’è oppure non si può fare niente per raggiungerla. Sono sicura che non si possa generalizzare ma da quanto ho letto e ascoltato io pare che la donna abbia la volontà e la coscienza di poter realizzare un percorso di crescita fatto di ascolto, di comprensione e perché no anche di sacrificio per se e il suo uomo; mentre per l’uomo molto più semplicemente la complicità deve crescere spontaneamente, come un fiore di montagna magari…..che spunta quando meno te lo aspetti su impervi sentieri. Per l’uomo non si pone nemmeno il pensiero che ci si possa impegnare nel perseguimento di un obiettivo comune o per lo meno se ciò dovesse avvenire pare che la responsabilità di ciò sia a uso e consumo esclusivo della donna che in questo caso si pone come hostess di volo o come navigatore di rally. Il bello di questo dizionario è che ogni accezione del vocabolo è ammessa e soprattutto che ogni giorno può essere ampliato con nuovi significati e percezioni.
Spero che a qualcuno non dispiaccia se cito le loro parole ma alcune mi hanno davvero emozionato/sorpreso/colpito.
“avere la consapevolezza che nel bene e nel male ogni cosa è condivisa, dalla più banale alla più seria e avere soprattutto la netta sensazione di potere dire qualsiasi cosa ti passa per la testa”
“Passano anni senza che nulla accada, ti abitui alla monotonia, all’appiattimento totale , apparentemente tutto procede nel verso giusto…. Poi, un giorno, non si sa per quale motivo preciso,l'alchimia dei sentimenti cambia, ti capita di conoscere qualcuno che ha perseguito i tuoi stessi obiettivi , ha gli stessi ideali, le stesse passioni e questo cumulo produce un effetto a catena sconvolgente”
“al quel punto sei libero di fare ciò che vuoi perchè farai sempre qualcosa in cui sai che potrai trascinare il tuo complice”
“Due persone si possono sposare ma restano pur sempre due persone con gli stessi istinti, due esseri umani, se uno dei due dovesse rinunciare al proprio io...sarebbe come soggiacere ad un'altra forza, un'altro pensiero. Una persona che ama un'altra può provare piacere nel vedere l'io altrui imprigionato?”
Ci sono vittorie che lasciano l’amaro in bocca. E mi chiedo se davvero sia una vittoria o solo una battaglia vinta. Se da domani ci sarà ancora da lottare o se almeno per un po’ potrò riposare sugli allori. Ho sempre pensato che per alcune cose ci vuole fortuna e che specialmente in fatto di sentimenti sia solo questione di alchimie naturali e armonie automatiche. Mi rendo sempre più conto che non è così. Che ci vuole pazienza e intelligenza per rendere ogni giorno prezioso; che basta poco perché muri invisibili si ergano tra noi e che dopo ci vuole un sacco di lavoro per demolirli e passare oltre. Ci vuole comprensione e rispetto per lasciare spazi personali in cui però ci si deve essere comunque, in silenzio ma concretamente. Non mi è mai piaciuta la boxe e non ho mai capito il senso e il messaggio di uno sport in cui ci si fa male per vincere, eppure la vita non è forse una lotta continua? In cui un giorno vai all’attacco e l’altro devi alzare la guardia per difenderti? In cui un giorno cadi a terra dolorante e un giorno balzi in avanti carico di adrenalina? Forse non è così insensato come paragone…
“La sento la tua disapprovazione” … “Non è una cosa innaturale. Quando avevo la tua età ero critica quanto lo sei tu. È perché sei giovane che ti rifiuti di vedere che ognuno fa del suo meglio… siamo tutti imperfetti. Fragili. Ma uno deve crescere per accettare una tale delusione. Se ammetti che io possa fallire… devi ammettere la possibilità che possa accadere anche a te”.
I PIEDI DELLA CONCUBINA. Harrison Kathryn. Garzanti Libri
Capita poi che si cresce e capita però che non cambi il modo di sentirsi perfetti, ma sarebbe segno di immaturità disapprovare e criticare il prossimo per negare la propria infallibilità. Allora l’uomo che si è inventato? Si è inventato il buonismo. Il politically correct non è altro che la tattica attuata in età “matura” per adulare se stessi in funzione del prossimo. Se ogni giorno, in qualsiasi circostanza complimentiamo gli altri facendoli sentire inappuntabili e splendidi è come ingannare se stessi sulla propria fragilità. Nell’adolescenza abbiamo l’onestà e la lealtà di scontrarci con i propri difetti in modo violento e combattivo e capita che nella foga di questa lotta chi ci capita a tiro venga investito da un proiettile vagante sputato fuori dalla nostra inadeguatezza. Quando cresciamo no….Crescendo diventiamo bugiardi con noi stessi e di conseguenza ci risulta facile farlo anche con gli altri; talmente facile che a volte nemmeno ce ne rendiamo conto. Inganniamo e nascondiamo alla nostra coscienza difetti e debolezze, ma per farlo dobbiamo continuare a pensare che anche gli altri siano così buoni e realizzati come vorremmo essere noi. Invece ogni tanto bisogna prendersi la responsabilità di essere stronzi, di non compiacere per piacere, di avere il coraggio di mettere muri e paletti per delineare confini e limiti per se stessi e per gli altri. Ci sono regole magari impopolari che si devono accettare per stare bene in mezzo agli altri e di conseguenza per poter vivere serenamente con se stessi. Si deve imparare a mediare e conciliare. Rispettare non vuol dire ossequiare e riverire, ma non vuol dire nemmeno essere sfrontati e irriverenti. In entrambi i casi c’è qualcosa che stona nel proprio percorso di crescita, è semplicemente un modo diverso di manifestare immaturità.