Complicità. Quanti significati si può dare a questa parola? Credo che ognuno abbia un modo personale di intendere la complicità con la persona che ci sta accanto nella vita. Questa notte mi è capitato di pensarci (solo un po’, per il resto della notte ho dormito saporitamente) e come per l’amore, per la compassione e per tutti gli altri sentimenti ho capito che ognuno ha un modo suo di rendersi complice dell’altro. Il fatto è che quando si vive in due questi modi di esprimersi dovrebbero coincidere o per lo meno dovrebbero fondersi il più possibile l’uno con l’altro per raggiungere così un compromesso “utile” (se si può parlare di utilità in fatto di sentimenti) al successo della coppia. Da piccoli ci si sente complici quando si è uniti da un segreto e con una promessa ci si lega nel silenzio per nascondere una marachella che nessuno deve scoprire e questo ci rende forti e uniti l’uno nell’altro più di prima. A ben pensarci da adulti non cambia molto il significato: la complicità per me serve a rendere un sentimento più saldo e tenace, non avere segreti ma anzi svelare all’altro anche i propri “peccati” ci fa sentire partecipi anche delle reciproche manchevolezze e come in un patto tra bambini anche da adulti l’essere complici rende i nostri legami più solidi e profondi. Un rapporto non è perfetto quando non ci sono macchie e zone d’ombra; è perfetto quando si rinsalda e si fortifica negli errori, negli sbagli e quando supera le difficili prove che la vita ci riserva, magari sembrerà che certi “colpi” vadano a segno e qualche ferita lascerà una cicatrice ma saranno proprio quelli i segni del successo e della forza di un amore.

.......Due passi indietro
Come ogni lunedì….peggio di ogni lunedì sono immersa nelle nebbie della Foresta di Huelgoat. Similitudine ardita, me ne rendo conto.
Questo week end siamo stati al mare a trovare i “bimbi” che sono al mare con i nonni per la tradizionale vacanza di fine scuola; il tempo non è stato dei migliori, ma in compenso non abbiamo trovato l’afa che era prevista nei giorni scorsi; l’afa no, ma le zanzare si: grosse come elicotteri e fameliche come lupi della Transilvania. Come sempre quando si sta bene il tempo è volato e purtroppo la domenica sera è arrivata veloce e inarrestabile; per godere fino all’ultimo dell’aria salmastra siamo rimasti in spiaggia fino intorno alle 20; è il momento più bello quello: quando ormai in spiaggia non c’è più nessuno e la luce diventa così speciale e magica che sembra essere “materiale”. Abbiamo fatto una passeggiata sul bagnasciuga e abbiamo notato che la marea stava già cominciando a salire perché stava iniziando a lambire le costruzioni di sabbia che i ragazzi si erano divertiti a creare nel pomeriggio.
“Ti ricordi le camminate sulle spiagge della Bretagna?”
“Si che le ricordo”.
Lassù puoi camminare per centinaia di metri e l’acqua non arriva mai a coprirti più che la caviglia, oppure può sbatterti con una violenza spaventosa con onde ghiacce e possenti in una delle sue baie sferzate dal vento.
Ieri ero in un posto che amo da quando avevo 12 anni, quando penso al mare “di casa” penso a Castiglione della Pescaia, ci andavamo in vacanza quando la Maremma era conosciuta solo per i cinghiali e le paludi, ma la Bretagna è il posto che ho nel cuore, basta una frase, una fotografia, basta camminare sul bagnasciuga e accorgersi che la marea è cosa viva e materiale perché nella mia mente si affacci il ricordo del Finisterre e del Morbihan. Trovo difficile esprimere a parole la magia della Bretagna, quell’innamoramento dell’anima che in nessun altro posto ho sperimentato.
Ed ecco spiegate le nebbie di Huelgoat.
Razionalizzare. Questo è il trucco. Devo riuscire a razionalizzare la cosa. Sono sempre stata brava in questo, sicuramente ci riuscirò anche questa volta. Il segreto sta tutto nel riuscire a trovare il bandolo della matassa e da lì cominciare a districare i nodi, uno ad uno, con pazienza. Servirà tempo e calma per non perdere la pazienza e perdere il controllo, ma se riesco a vedere la cosa con occhi critico so già che presto o tardi qualcosa di buono ne uscirà fuori. Ecco il proponimento per il futuro. Oggi no. Oggi ho bisogno di urlare e toccare il fondo, andare a “galleggiare a due dita dal fondo” e guardare dritto negli occhi tutto il male che sento. Scoprire tutto il dolore che posso provare e annientarmi in esso. Allora poi da domani si ricomincerà la risalita. Lenta. Vacillante. Esitante. Farò due passi avanti e uno indietro, giocherò un gioco dell’oca tedioso e deludente. Un po’ di corsa e un po’ paralizzata. Mi dirò che sono brava quando avanzerò di una casella e anche se devo pagare pegno so che il traguardo si è fatto più vicino. Mi abbatterò quando vedrò che i dadi giocano a mio sfavore perché in fondo è tutta questione di fortuna, non gioco da sola e capiterà che l’avversario andrà avanti mentre io rimarrò ferma, ma in fondo dovremmo arrivarci comunque. Chi prima e chi dopo. Spero di arrivare prima.
Ieri sera ho visto “The prestige”…quante volte una persona può morire e rinascere prima di perdersi per sempre?
Pensavo: e se fossi davvero come appaio? Io so come sono e so di essere completamente diversa da come appaio; per "sopravvivenza" al giorno d'oggi si deve tirare fuori le unghie per non venire sopraffati se non dagli altri per lo meno dalla vita, sempre di corsa, sempre in perenne accelerazione, sempre " tonici" anche quando magari l'unico desiderio che si ha sarebbe quello di ficcare la testa sotto il cuscino e chiudere occhi, orecchi, testa. E se uno le ugnhie non le ha...beh impara a farsele crescere, smettere di rosicchiarle e iniziare ad affilarle per eventuali necessità. Alla lunga si finisce per abituarsi al "combattimento", si impara a tenere sempre i riflessi puntati in una certa direzione: togliere energie alle fantasie per concentrarsi sulle reali esigenze di vita. Togliere spazio ai desideri per realizzare traguardi concreti, plasmare i propri istinti per uniformarli alla quotidianità e alla fine capita che questo lavoro minuzioso e certosino raggiunga il suo scopo: renderci efficenti e pronti a reagire nel modo "giusto" alle cose. E' un allenamento che nel migliore dei casi, per predisposizione e adattamento, dura il tempo di una stagione; in casi critici (come me) occorre più dedizione e impegno perchè la natura non fornisce tutti gli strumenti utili. Allenamento di anni che alla fine si compie, ma che adesso mi fa pensare a dove sia finita la mia anima più vera. C'è ancora nascosta da qualche parte che sta lì a riposo, inutilizzata in attesa magari in futuro di tornare utile oppure sono davvero diventata quello che vedo ogni giorno lavorando "sul campo"? Mi domando come mai non vengo capita e compresa per quello che sono, ma mi chiedo se forse ormai non sono sorpassati certi miei bisogni; forse non trovo quello che cerco perchè in fondo quello che cerco è altro....e non so nemmeno io cosa.
Stamani stavo andando al lavoro in auto, come al solito in ritardo e come al solito ascoltando la mia musica preferita e come al solito con i finestrini aperti; ormai non è più freddo nemmeno la mattina presto e mi piace sentire gli odori della natura. Credo che la gente riconosca le stagioni dai colori, per me sono gli odori a renderle uniche. L’odore della pioggia in estate è diverso dalla stessa pioggia di novembre, l’odore dell’aria di gennaio è diverso dalla brezza di aprile. Se un giorno perdessi la memoria, il senso dello scorrere dei giorni e dei mesi potrei indovinare la stagione che vivo dal profumo del suo vento, mi basterebbe aprire le finestre, a occhi chiusi annusare l’aria e farmi accarezzare dal vento per scoprire se i prati sono coperti di neve candida o costellati di rosso papavero, se i rami sono spogli e disadorni oppure carichi di frutti succosi. Il vento parla, porta con se presagi di tempeste e inverni gelidi, e a chi sa ascoltare accenna l’arrivo del sole. Il vento rivela quel che di segreto la natura prepara e custodisce, nel vento ci sono le avvisaglie di quel che ci porterà il domani. Basta alzare lo sguardo al cielo e lasciarsi sfiorare dal suo tocco profumato di mille aromi.
Ps: ho cercato una bella immagine del vento ma mi sono accorta che pochi sono riusciti a fermarne la corsa.
Lunedì mattina….chissà perché anche dopo la domenica più tranquilla che si possa auspicare il lunedì si presenta sempre così drammaticamente pesante? Sono le 9.30 e dopo una bella tazza fumante di earl grey non sono ancora registrati segni di risveglio dell’encefalo. Un po’ è da imputarsi alla mia tattica di difesa nei confronti delle chiacchere d’ufficio; tattica che si può definire come una lieve forma di autismo, nel senso che per evitare di ascoltare il cicaleccio di fondo dell’ufficio mi estraneo totalmente e cado in un letargo verbale che a volte dura anche un’ora.
Per ingannare il tempo faccio zapping su splinder e volteggio di blog in blog, da profilo in profilo lasciando decidere all’istinto e d è buffo notare come alla fine si finisce spesso sui soliti blog o sui blog amici di amici come se un invisibile file rouge ci legasse tutti gli uni agli altri. Eppure non posso fare a meno di pensare che anche se c’è “qualcosa” che accomuna, pensieri che uniscono, parole che affascinano alla fine siamo profondamente soli nel nostro individualismo. Passiamo ore a scrivere messaggi da chiudere in una bottiglia che poi lanciamo nell’oceano del web, ma siamo e restiamo fondamentalmente soli.